

153. Il Sessantotto in Italia.

Da: A. Lepre, Storia della prima repubblica, Il Mulino, Bologna,
1993.

Il Sessantotto italiano si caratterizz per l'elaborazione di una
nuova cultura politica. L'ideologia di fondo era quella marxista,
che per venne sottoposta a profonde revisioni, accompagnate da
critiche nei confronti dei partiti della sinistra tradizionale e
dal netto rifiuto di riconoscere l'Unione Sovietica come modello.
Questa funzione venne assegnata alla Cina, la cui rivoluzione
culturale venne esaltata, mentre Mao Tse-tung fu oggetto di una
vera e propria mitizzazione. Analoga glorificazione fu riservata
al Vietnam, in quanto emblema della lotta contro l'imperialismo.
Terzomondismo, operaismo, condanna della cultura borghese e
concezione totalizzante del potere sono altre componenti della
cultura sessantottesca, analizzate nel seguente passo dallo
storico italiano Aurelio Lepre.
La cultura politica del Sessantotto ebbe alcune anticipazioni in
quella elaborata dalle riviste nate nei primi anni Sessanta
nell'ambito della cultura marxista, ma su posizioni fortemente
critiche verso quelle tradizionali. Le riviste si rivolgevano a un
pubblico ristretto di intellettuali: la pi nota, Quaderni
piacentini, arriv a una diffusione massima di 11.000 copie.
Anche se sulle loro pagine scrissero molti che avrebbero cercato
di dare dignit e spessore teorico a movimenti e a gruppi
sessantotteschi, non si pu dire che esse siano state i laboratori
del Sessantotto, perch la cultura dei gruppi e dei movimenti fu
solo una vulgata, con schematizzazioni e semplificazioni, di
quella elaborata dagli intellettuali negli anni immediatamente
precedenti. La nuova cultura politica degli anni Sessanta si
proclam, agli inizi, antifascista, ma nemica di ogni celebrazione
agiografica dell'antifascismo; marxista, ma nell'ambito di una
profonda revisione del marxismo tradizionale. Il distacco
dall'Unione Sovietica era nettissimo e agli inizi si accompagn al
rifiuto di modelli; ma, dopo un primo momento di libera ricerca in
molte direzioni, [...] ne fu trovato un altro nella Repubblica
Popolare Cinese. La Cina non stava al gioco della coesistenza
pacifica cos come non ci stava il proletariato del Terzo Mondo,
quel proletariato che, come aveva detto Frantz Fanon
[rivoluzionario martinicano di nazionalit francese che partecip
alla lotta per l'indipendenza dell'Algeria dalla Francia e scrisse
libri contro il colonialismo ed il razzismo che ebbero notevole
influenza nel Terzo mondo], tirava fuori la roncola quando si
parlava di cultura occidentale. I bianchi, aveva scritto Frantz
Fanon, non avrebbero mai fatto le leggi che occorrevano ai negri,
e nel Sessantotto furono considerati negri tutti gli oppressi,
dal gatto selvaggio che in Italia scioperava all'improvviso,
paralizzando le fabbriche, senza chiedere il permesso ai
sindacati, al contadino vietnamita che combatteva contro gli
imperialisti americani.
L'imperialismo era visto come un fenomeno mondiale contro il quale
si combatteva una battaglia unitaria sul piano mondiale: in questa
battaglia il settore pi avanzato del fronte era il Vietnam che
aveva la sua pi importante retrovia nella Cina. Nel Sessantotto
il nuovo mito della Cina ebbe pochi caratteri comuni con quello
che aveva occupato l'immaginario collettivo della sinistra subito
dopo il 1949: allora la rivoluzione contadina era stata
considerata anche per la Cina un completamento di quella operaia;
nel 1968, invece, fu ritenuta sostitutiva. La maggiore novit si
ebbe con la rivoluzione culturale, che segn una seconda fase
della mitizzazione della Cina, in cui gli elementi culturali
prevalsero su quelli contadini e che fu, perci, un mito che
interess soprattutto gli strati intellettuali, anche se le
notizie che giungevano sulla rivoluzione culturale parlavano di
intellettuali messi alla gogna. Ma gli intellettuali dei paesi
capitalistici, privi di una funzione importante nella sfera della
produzione e di una funzione autonoma in quella della politica,
volevano credere che in qualche parte del mondo almeno questa
seconda ci fosse: come scrisse Edoarda Masi nel 1969 sui Quaderni
piacentini, la rivoluzione culturale aveva pur sempre come
punto di riferimento comune un pensiero, quello di Mao, e questo
alimentava l'illusione della centralit del pensiero, che gli
intellettuali non cinesi scorgevano nella tumultuosa azione delle
guardie rosse. Nella rappresentazione mitica che se ne dava, Mao
Tse-tung esercitava la sua autorit come autorit intellettuale e
morale, non per la sua posizione istituzionale, n attraverso la
coercizione.
[...] La rivoluzione ininterrotta fu un altro elemento
importante del mito cinese: 1a Cina, rompendo con l'URSS, aveva
rifiutato la coesistenza pacifica (che veniva giudicata
controrivoluzionaria, perch, si diceva, portava l'URSS ad
accettare passivamente le guerre controrivoluzionarie scatenate
localmente dall'imperialismo). Essa rompeva cosi permanentemente
l'equilibrio internazionale: la rivoluzione sarebbe continuata
fino a quando tutto il mondo non ne fosse stato investito. La
rivoluzione ininterrotta del Sessantotto somigli molto alla
rivoluzione permanente di Trockij: negli anni Venti questa
teoria aveva rafforzato la fiducia che si stesse svolgendo un
processo mondiale che sarebbe culminato con lo scoppio della
rivoluzione nei paesi economicamente pi avanzati. Alla fine degli
anni Sessanta la concezione dell'unitariet del processo
rivoluzionario mondiale dava forza all'illusione che, vittorioso
alla periferia, esso avrebbe finito col vincere anche al centro.
Fino al Sessantotto furono considerate forze rivoluzionarie
soprattutto quelle che operavano in Asia o nell'America latina.
Con il Sessantotto, sembr che esse cominciassero ad agire anche
in Occidente: il Potere negro negli USA, gli studenti in gran
parte del mondo occidentale, gli operai non controllati dai
sindacati e dai partiti della sinistra tradizionale in Francia e,
soprattutto, in Italia.
Una rivista, Quaderni rossi, aveva sostenuto le forme estreme di
lotta adottate a Piazza Statuto a Torino. Nel l964 nacque un'altra
rivista, Classe operaia, che si present come il mensile degli
operai che attaccavano l'intera struttura industriale della
societ capitalistica con una serie di lotte nei suoi punti
nevralgici. Per gli operaisti degli anni Sessanta, la classe
operaia viveva, come scrisse Mario Tronti, una stagione di
splendida maturit e, pur non essendo riuscita ancora a darsi una
nuova organizzazione, era gi al di l di quelle tradizionali. Il
distacco dalla tradizione marxista si accentuava: se per i
collaboratori di Quaderni rossi la classe operaia aveva bisogno
dell'autoconsapevolezza politica per diventare antagonista di
quella borghese, per quelli di Classe operaia essa era comunque
la protagonista della lotta politica, in qualsiasi condizione:
rifiutando la via sindacale e utilizzando il Partito Comunista
solo come uno strumento tattico, si organizzava autonomamente e
non aveva bisogno di alleati. Terzomondismo e operaismo furono i
punti estremi della elaborazione della cultura politica del
Sessantotto: da un lato la fabbrica e dall'altro il mondo, senza
nessun rapporto tra l'una e l'altro, perch per gli operaisti la
fabbrica era, politicamente, gi tutto il mondo e il mondo, inteso
nella accezione dei terzomondisti, dissolveva la classe operaia
nel proletariato dei poveri e degli oppressi.
Ai poveri e agli oppressi faceva riferimento uno dei testi chiave
della cultura del Sessantotto, la Lettera a una professoressa di
don Lorenzo Milani. Su questo terreno si ebbe l'incontro tra la
cultura della nuova sinistra e quella cattolica. Era un libro che
poteva essere letto in molti modi: Elvio Facchinelli lo definiva
un testo cinese, cio collettivo, provocatorio, in cui
l'affermazione che tutti sono adatti a tutte le materie sembrava
echeggiare il programma di Lenin: una cuoca al governo del
paese; Marco Boato ne rilevava le affinit con un documento di
Potere operaio di Pisa in cui era scritto: La scuola italiana 
scuola di classe due volte. Primo: perch riescono a servirsene
solo gli studenti provenienti dalle classi privilegiate; secondo:
perch la cultura trasmessa nella scuola  una cultura di classe;
il fine ultimo della societ  organizzare il consenso per la
societ e il tipo di rapporti che in essa si sviluppano. La
condanna di tutta la cultura come cultura di classe era un fatto
del tutto nuovo nella storia del movimento socialista e comunista
in Italia, ma poteva trovare agganci nella tradizione anarchica e
anche cattolica. Nella Lettera a una professoressa il rifiuto
della cultura borghese si risolveva nel rifiuto della cultura
laica e moderna. Niente era pi lontano dal pensiero di Marx e la
conciliazione tra Marx e don Milani  stata tra gli aspetti
culturalmente pi fragili del Sessantotto. In realt, essa
avveniva nell'ambito di una vulgata schematica e approssimativa
che trov la massima espressione nei documenti elaborati dalle
assemblee studentesche. In gran parte di essi ci si limit a
riprendere vecchie posizioni marxiste (che si rifacevano
soprattutto al leninismo della Terza Internazionale) in modo
esteriore, attraverso l'uso di un certo tipo di terminologia. Al
centro dell'attenzione era posta la teoria dell'imperialismo,
considerato espressione del capitalismo monopolistico [...].
Al centro della polemica ideologica fu posta la questione del
potere: i concetti marcusiani di sistema, esclusione e
repressione sembrarono rappresentare molto bene le tesi e anche
la situazione reale dell'universo studentesco. Il distacco dal
pensiero di Marx trov nel problema del potere la sua espressione
pi rilevante, perch il potere venne totalmente staccato dalla
produzione (intesa in senso estremamente generale e vago). Il
potere da combattere era tanto diffuso quanto frammentato e
indifferenziato: ne erano detentori i manager del capitale, i
professori delle universit, i medici degli ospedali; vi erano
soggette, oltre alle classi e ai gruppi che lo subivano
direttamente, tutte le minoranze, dagli operai agli studenti, dai
negri ai malati di mente. Le origini di una concezione cos
totalizzante del potere vanno cercate anch'esse nella separazione
tra economia e politica. In un seminario tenuto da Franco Basaglia
e Giovanni Jervis [esponenti della cosiddetta antipsichiatria,
un movimento sorto intorno agli anni Sessanta, contrario ad ogni
forma di segregazione per il trattamento dei malati mentali] a
Trento, nel febbraio del 1968, durante una occupazione
dell'universit, si afferm: Con la nascita l'uomo entra in una
societ gi fatta nella quale qualsivoglia spazio d'intervento
tendente alla modificazione  precluso o negato a priori. All'uomo
non resta altra alternativa: adattarsi o farsi espellere. La
parola d'ordine della societ esistente, si sosteneva, era
integrazione: chi non si integrava veniva emarginato. Il
neocapitalismo, si scriveva, aveva come sua bandiera il benessere
e l'abbondanza, ma questa abbondanza era concentrata in pochi
corpi, e non per egoismo, ma perch abbondanza significa potere e
il potere non pu essere diviso. In questo modo, non solo si dava
una giustificazione teorica all'esistenza dei poveri nella societ
opulenta, ma si riteneva anche di dare una soluzione al problema
del benessere. Si sosteneva, infatti, che il sistema produttivo,
all'elevato stadio di sviluppo a cui era giunto, avrebbe potuto
assicurarlo a tutti e che, se ci non avveniva, la colpa era del
potere. La lotta, perci, doveva essere diretta contro di esso. Se
il potere fosse stato abbattuto, la societ sarebbe cambiata.
Questa concezione consentiva la moltiplicazione delle lotte, dando
a tutti, operai, studenti, impiegati, un obiettivo immediato e ben
conosciuto da colpire, il capofficina, il professore, il
capufficio. Ma la frantumava anche in una molteplicit di singoli
episodi, che le elaborazioni pi generali del potere studentesco
o del potere operaio non riuscivano a unificare.
Nello stesso tempo in cui chiedevano la distruzione dei poteri
sociali, gli studenti rivendicavano il pi assoluto potere nella
sfera dei comportamenti individuali, ma in senso diverso dal
tradizionale individualismo borghese. L'individualismo che nacque
nel Sessantotto, e che ne fu poi l'eredit pi duratura, ebbe
caratteri molto specifici, con una netta cesura tra responsabilit
e diritti individuali. Tutte le colpe furono attribuite alla
societ, di cui erano considerati simboli negativi i giudici e i
poliziotti. Il sistema, l'ordine esistente, erano i responsabili
d'ogni male. Alcuni giudici e poliziotti facevano il possibile per
avvalorare affermazioni del genere, ma la generalizzazione delle
accuse fin col trasformarsi in genericit e la lotta generale al
sistema rese pi difficili, perch considerate inutili, le lotte
per correggerne gli aspetti deteriori (cosa che, del resto,
interessava molto poco ai protagonisti del Sessantotto). Anche la
famiglia divent un modello negativo e anche in questo vi fu un
ritorno al passato, ai primi anni della rivoluzione d'ottobre, ma
senza che ve ne fosse piena consapevolezza storica e critica. In
realt, il rifiuto della famiglia fu pi teorizzato  che praticato
(le cosiddette comuni, che avrebbero dovuto sostituirla, andarono
rapidamente incontro al fallimento).
